Evidenziata la relazione tra fattori genetici e proteina Tau che conferma i risultati di una ricerca su modelli animali della Washington University School of Medicine pubblicata in parallelo su Nature
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I laboratori di neuropsicofisiologia sperimentale dell'Irccs Santa Lucia protagonisti della scoperta sulla malattia di Alzheimer che spiega alcuni meccanismi genetici della malattia |
Dai Laboratori di ricerca arrivano conferme sui meccanismi
implicati nella malattia di Alzaimer. Il Laboratorio di Neuropsicofisiologia
Sperimentale della Fondazione Santa Lucia IRCCS ha realizzato, in
collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, l’Istituto Superiore di
Sanità e l’Università di Bologna, uno studio appena pubblicato su Scientific
Report, in cui si prova l’associazione dannosa tra proteina Tau e il gene APOE4,
un polimorfismo “cattivo” scritto nel DNA.
Che la variazione del gene APOE e proteina Tau giochino un
ruolo fondamentale nell’Alzheimer è noto da oltre vent’anni, ma poco si sapeva
sul meccanismo con cui interagiscono nei pazienti affetti dalla malattia.
Questa è la direzione in cui si sono rivolti i ricercatori della Fondazione
Santa Lucia, che ha individuato nella presenza di APOE4 un fattore determinante
nell’avvio dei processi tossici indotti dall’accumulo di proteina Tau.
La malattia di Alzheimer, è la forma più comune di demenza
degenerativa, circa il 60-70% dei casi, che compare in genere superati i 65
anni, ma che può manifestarsi anche prima di quell’età.
Uno dei primi sintomi precoci più frequente è la difficoltà di
ricordare eventi recenti. Con l'avanzare dell'età e della malattia compaiono
poi altri sintomi come afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore,
depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento.
Uno degli effetti è che la persona affetta da Alzheimer
tenda a isolarsi dalla famiglia e dalla società, mentre, a poco a poco, le
capacità mentali più elementari svaniscono. La progressione della malattia è
variabile e, dopo la diagnosi, l'aspettativa media di vita è dai tre ai nove
anni.
Al momento non esistono cure efficaci, ma solo terapie in
grado di rallentare il decorso della malattia, a cui si uniscono interventi
psicosociali, cognitivi e comportamentali che hanno dimostrato, uniti ai
farmaci, la capacità di rallentare l'evoluzione dei sintomi e migliorare
qualità della vita dei pazienti e dei famigliari.
La patologia, descritta per la prima volta nel 1906 dallo
psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer, nel 2006 interessava 26,6
milioni di malati in tutto il mondo, di cui almeno un milione in Italia, e si
stima che entro il 2050, anche per il progressivo invecchiamento della
popolazione dovuto all’allungamento delle aspettative di vita, ne sarà affetta
entro il 2050 almeno 1 persona su 85 a livello mondiale.
Una malattia che ha effetti devastanti per pazienti e
familiari, ma dalla ricerca potrebbero arrivare delle speranze per la cura
grazie all’individuazione dei meccanismi che scatenano l’Alzheimer. In questo
campo la Fondazione Santa Lucia gioca un ruolo da protagonista.
“Per arrivare a questo risultato – spiega il Dott. Giacomo
Koch, Responsabile del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale della
Fondazione Santa Lucia – siamo partiti dalla nostra esperienza in
Neurofisiologia con un approccio a diversi livelli. Già in passato avevamo
caratterizzato la relazione tra parametri liquorali e alterazioni neurofisiologiche,
mostrando l’associazione tra danni della corteccia cerebrale e livelli di
proteina Tau. Oggi, ampliando il nostro campione e impiegando una metodica
nuova, abbiamo potuto analizzare l’impatto del polimorfismo APOE4 sulle
alterazioni della plasticità corticale”.
Lo studio è stato condotto individuando il gene APOE4, la
variante “incriminata” del gene APOE, e misurando la quantità di proteina TAU nel
liquido cerebrale di un gruppo di pazienti. Gli stessi sono stati
successivamente sottoposti a Stimolazione Magnetica Transcranica per misurare
il livello di efficienza della loro attività cerebrale. Contemporaneamente è
stata verificata la diretta tossicità del liquido cerebrale contenente proteina
TAU su cellule cerebrali sane, astrociti, in coltura (astrociti).
“Abbiamo così osservato che solo nel gruppo APOE4 i pazienti
con livelli più alti di proteina Tau hanno una maggiore compromissione
dell’attività cerebrale ed una più rapida progressione della malattia - evidenzia
il Dr. Koch – mentre gli APOE3 mostrano un decorso svincolato dalla proteina
Tau. Allo stesso modo, il liquor aveva un effetto dannoso sulle colture di
cellule cerebrali sane solamente quando era raccolto dai quando pazienti
portatori del gene APOE4 con valori elevati di proteina Tau”.
Entrambi gli esperimenti, partendo dal dato della presenza
del gene APOE4 e della maggiore concentrazione di proteina TAU, correlata ad un
maggiore danno neurofisiologico, hanno condotto allo stesso risultato: la
proteina Tau era associata con un danno maggiore solo nel gruppo di pazienti
portatori del gene APOE4.
Una scoperta cruciale, perché nella relazione tra proteina
tau ed APOE individua un nuovo potenziale obiettivo delle terapie, come
confermato da un’importante ricerca USA su modelli animali.
Inoltre, apre la strada a nuovi sui farmaci studiati per
bloccare la tossicità della proteina Tau, che sono allo stato attuale considerati
la frontiera più promettente per la cura della Malattia di Alzheimer, visto che
i pazienti con la variante genetica APOE4 sono oltre il 50% degli affetti dalla
patologia e quelli con maggior danno neurofisiologico.
Infine, il risultato offre nuove prospettive nello studio del
meccanismo di sviluppo della malattia indipendente dalla proteina TAU nei
pazienti con variazione genetica APOE3, per ottenere informazioni ancora più
specifiche sulle diverse “tipologie” di Alzheimer.
Ancora una volta l’attività di ricerca svolta dalla
Fondazione Santa Lucia evidenzia l’importanza di questa realtà nel settore più
avanzato delle neuroscienze.
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